

113. Il piano Marshall.

Da: G. C. Marshall, in R. Hofstadter, Le grandi controversie della
storia americana, secondo, Opere nuove, Roma, 1966.

Nell'aprile del 1948 gli Stati Uniti vararono un piano di aiuti
economici, volti a favorire la ricostruzione economica
dell'Europa. Esso prese il nome del segretario di stato George
Catlett Marshall, che ne espose le linee fondamentali il 5 giugno
1947 in un discorso tenuto all'universit di Harvard, del quale
riportiamo qui i passi essenziali. Obiettivi del programma, noto
come ERP (European Recovery Program), erano anche la riapertura
alla importazione dei prodotti americani da parte dei paesi
colpiti dal secondo conflitto mondiale e il consolidamento dei
legami economici e politici tra Europa e Stati Uniti, nel quadro
della politica di contenimento dell'espansione sovietica avviata
dal presidente Truman.


Nel considerare i requisiti necessari alla ricostruzione
dell'Europa si sono valutate esattamente le perdite di vite umane,
la distruzione materiale di citt, fabbriche, miniere e ferrovie,
ma  divenuto evidente durante gli ultimi mesi che queste
distruzioni sono state probabilmente meno gravi del disordine
intervenuto nell'intera struttura dell'economia europea. Nei dieci
anni passati le condizioni sono state assai anormali. La febbrile
preparazione della guerra e l'ancor pi febbrile sforzo bellico
hanno assorbito tutti i settori delle economie nazionali. I
macchinari si sono deteriorati o sono ormai del tutto antiquati.
Sotto l'arbitrario e funesto dominio nazista, praticamente ogni
impresa venne inserita nella macchina bellica tedesca. Vincoli
commerciali, istituzioni private, banche, compagnie di
assicurazioni e societ di navigazione da lungo tempo esistenti,
scomparvero per la perdita del capitale, per l'assorbimento dovuto
alla nazionalizzazione o pi semplicemente per distruzione. In
molti paesi la fiducia nella moneta locale  stata gravemente
scossa. Il crollo della struttura economica europea durante la
guerra  stato completo. La ricostruzione  stata gravemente
ritardata dal fatto che, due anni dopo la fine delle ostilit, non
era stato concluso ancora un trattato di pace con la Germania e
con l'Austria. Ma, anche ammessa una pronta soluzione di questi
difficili problemi,  del tutto evidente che la ricostruzione
della struttura economica europea richieder un tempo molto pi
lungo e uno sforzo molto maggiore di quanto fosse previsto in un
primo tempo.
Vi  un aspetto della questione che , insieme, interessante e
serio. L'agricoltore ha sempre prodotto le derrate alimentari per
scambiarle con gli altri generi di prima necessit prodotti
dall'abitante delle citt. La divisione del lavoro  la base della
civilt moderna. Attualmente essa  minacciata dal collasso. Le
industrie cittadine non producono merci in quantit adeguata per
scambiarle con i prodotti alimentari forniti dall'agricoltura.
Materie prime e combustibili scarseggiano. Le attrezzature
industriali sono incomplete o invecchiate. L'agricoltore o il
contadino non trovano in vendita le merci che desiderano
acquistare. E perci la vendita dei prodotti agricoli in cambio di
danaro che non pu essere utilizzato, sembra loro una transazione
niente affatto vantaggiosa. Cos essi tralasciano di coltivare
parte dei loro campi e la usano per il pascolo. Essi danno al
bestiame una maggiore quantit di cereali ed hanno per se stessi
grande abbondanza di cibo, per quanto possano difettare di vestiti
e degli altri oggetti comuni della vita civile. E intanto la gente
delle citt manca di cibo e di combustibile. I governi sono
pertanto costretti ad impiegare le loro divise estere ed i crediti
per procurarsi questi generi di prima necessit all'estero. Questo
processo esaurisce fondi che sarebbero urgentemente richiesti
dalla ricostruzione. In tal modo si va rapidamente sviluppando una
seria situazione che non fa presagire nulla di buono per il mondo.
Il sistema moderno della divisione del lavoro, su cui si fonda lo
scambio di prodotti, rischia di subire un collasso.
La verit  che le esigenze dell'Europa, per i prossimi tre o
quattro anni, in materia di derrate alimentari ed altri prodotti
essenziali che le debbono provenire dall'estero - principalmente
dall'America - sono molto maggiori della sua attuale capacit di
pagamento, e pertanto essa deve ottenere un aiuto sostanziale,
oppure affrontare un aggravamento della sua situazione politica,
economica e sociale in misura molto estesa.
Il rimedio consiste nel rompere il circolo vizioso e nel
ripristinare la fiducia degli europei nel futuro economico dei
loro paesi e dell'Europa nel suo complesso. L'industriale e
l'agricoltore debbono avere la possibilit, e il desiderio, di
dare i loro prodotti in cambio di valuta il cui valore
continuativo non sia affatto in discussione.
Prescindendo dall'effetto demoralizzante sul mondo intero e dalle
possibilit di disordini per effetto della disperazione delle
popolazioni interessate, le conseguenze che ne deriverebbero
all'economia degli Stati Uniti dovrebbero essere evidenti per
tutti. E' del tutto logico che gli Stati Uniti debbano fare tutto
quanto  possibile per favorire il ritorno di normali condizioni
economiche nel mondo, senza di che non possono esservi n
stabilita politica n sicurezza di pace. La nostra politica non 
contraria ad un paese o ad una dottrina, ma  contro la fame, la
povert, la disperazione e il caos. Il suo fine dovrebbe essere la
rinascita di una economia operante nel mondo, in modo da
permettere lo stabilirsi di condizioni politiche e sociali in cui
possano esistere le libere istituzioni. Questo aiuto, io ne sono
convinto, non pu essere di natura frammentaria e seguire lo
sviluppo delle varie crisi. Qualsiasi aiuto questo governo possa
fornire in futuro, esso deve essere una cura pi che un semplice
palliativo. Ogni governo che voglia contribuire all'opera di
ricostruzione avr la piena collaborazione, ne sono certo, degli
Stati Uniti. Ma qualsiasi governo il quale manovri per ostacolare
la ricostruzione degli altri paesi non potr attendersi aiuti da
noi. I governi, i partiti o i gruppi che cercheranno di perpetuare
la miseria umana per trarne profitto, politicamente o in altro
modo, incontreranno l'opposizione degli Stati Uniti.
E' anche evidente che, prima che il governo degli Stati Uniti
possa procedere nei suoi sforzi per alleviare la situazione ed
aiutare la ricostruzione dell'Europa, debba esservi un accordo fra
i paesi europei in merito alle esigenze della situazione e alla
parte che gli stessi paesi si assumeranno per rendere efficace
qualunque azione possa essere intrapresa da questo governo. Non
sarebbe n opportuno n utile che questo governo si impegnasse a
redigere unilateralmente un programma per rimettere in piedi
economicamente l'Europa. Questo compete agli europei.
L'iniziativa, io penso, deve venire dall'Europa. Il compito di
questo paese dovrebbe consistere in un aiuto amichevole per la
elaborazione di un programma europeo e in un successivo appoggio
dello stesso programma nei limiti in cui sar per noi possibile
darlo. Questo programma dovrebbe essere un programma comune, sul
quale concordino, se non tutte, diverse nazioni europee.
Fattore essenziale di qualsiasi azione efficace da parte degli
Stati Uniti  che il popolo americano si renda conto della natura
del problema e dei rimedi atti a risolverlo.
La passione politica e il pregiudizio non debbono avervi alcuna
parte. La volont e la lungimiranza del nostro popolo
nell'affrontare le vaste responsabilit che la storia ha
chiaramente assegnato al nostro paese, potranno e dovranno far
superare le difficolt che ho delineato.
